DUE BERGAMASCHI ALLA MARATONA DI HONOLULU
ALOHA a Tiziano, il grande orso delle Alpi alle Hawaii
Come puoi sentirti solo in mezzo a 30.000 persone? Eppure quando la fatica ti straccia dentro e non hai voglia di reagire, la sensazione è di una realtà cruda e desolante.
Ho superato i 21 km e 148 maledetti metri della prima metà della Maratona di Honolulu in perfetto orario sulla mia tabella di marcia, ma adesso mi accorgo che sto rallentando e non riesco a buttare il cuore oltre l’ostacolo. Come bisogna fare in questi frangenti, abbasso la testa e cerco di pensare ad altro, lasciando andare da sole le gambe.

L’avventura è iniziata più di un anno fa, quando, conclusa la Maratona di New York, Tiziano, galleggiando come l’iceberg del Titanic nella vasca della camera in cui l’umana compassione di Walter Bassi e Gianni Poli l’aveva deposto, sussurrava in coma post-atletico: “L’anno prossimo a Honolulu!”. Visto che ogni promessa è debito, siamo partiti. Io con il mio carico di complessi di colpa per lasciare a casa Sabrina con i bimbi e, soprattutto, la piccola Giulia, ululante e famelico fantasma notturno dei due mesi scorsi, e Tiziano, con il suo solito carico di allenamenti, cioè zero chilometri. Del resto, sostiene che lui corre la maratona per soffrire, così espia in una volta sola i peccati di tutto l’anno. Quando gli obietto che la penitenza si dovrebbe fare con il digiuno, replica che correndo fa più fatica e quindi ha più scorta per l’anno dopo. A vedere i suoi centoventi chili, secondo me farebbe più fatica a digiunare, ma quando parla così convinto, è meglio lasciar perdere per non incrinare certezze difficili da ricostruire.
Quest’anno non c’è Enzo, trattenuto in Italia per impegni di lavoro; mi spiace perché è un ottimo compagno di viaggio e un buon atleta da lunghe distanze. Ci accompagna il suo in bocca al lupo e la promessa di recuperare nel 2008.
Il viaggio è una tirata bestiale: siamo esattamente dall’altra parte del mondo, con undici ore di fuso orario di differenza, compensate dallo splendido clima di 25 gradi costanti e da panorami da cartolina. Per fortuna abbiamo fatto uno scalo a San Francisco, fermandoci una giornata che ci ha un po’ ritemprato, soprattutto per il vitto.
Il mio colossale compagno di viaggio è come Giulia che ha due mesi: ogni quattro ore deve mangiare. E come ogni bambino di quell’età, ha un menu fisso. Per lui, pasta senza pomodoro, perché se no gli brucia lo stomaco. Come possa risultare indigesto un cucchiaio di sugo a uno che è capace di mangiarsi da solo un pentolone di ossa di maiale, è un irrisolto mistero della fisiologia umana, ma tant’è!
Dopo la cena ristoratrice – io mangio il king crab, il granchio gigante della Baia di San Francisco – facciamo due passi sul Fisherman Warf, il caratteristico molo turistico.
Sto camminando tranquillo, quando sento un verso bestiale. Non faccio in tempo a girarmi per vedere cosa è successo a Tiziano, quando dal mare, sento il medesimo verso ripreso da decine di voci. Guardo meglio e vedo una colonia di leoni marini, che un attimo prima dormivano alla grande, che sta rispondendo al richiamo di Tiziano.
Lui sghignazza come un matto e, per la gioia dei turisti, intavola una lunga conversazione con questi bestioni che vivono su pontili galleggianti ancorati al molo.
Superata indenni anche la sosta a San Francisco, siamo atterrati nelle Hawaii, accolti festosamente con la ghirlanda di fiori tradizionale – il lei – che viene messa al collo dei visitatori.

Il pensiero di questi momenti piacevoli però non mi dà sollievo nella corsa,
Cerco di guardarmi un po’ in giro perché sta cominciando ad albeggiare e si intravedono le spiagge e le palme caratteristiche di Honolulu.
Per evitare il caldo più afoso, la maratona parte infatti alle cinque di mattina, quando è ancora buio pesto.
Per due ore si corre nella atmosfera irreale di una città addormentata, percorsa dalla lunga schiera di atleti di una delle prime cinque maratone al mondo per numero di partecipanti.
Lo start è veramente emozionante. Nella notte risuona l’inno nazionale americano e poi dal mare sorgono le fontane dei fuochi d’artificio che sostituiscono il tradizionale colpo di pistola. Siamo pochi metri dietro ai top runners, con il consueto stuolo di etiopi e keniani tra gli uomini e di russe e giapponesi tra le donne.
Per Tiziano, la consegna di gara è tassativa: non farsi prendere dall’entusiasmo, come invece l’anno scorso a New York, camminare velocemente e non fare scatti di corsa inutili e deleteri. I partecipanti, esclusi un po’ di statunitensi e una manciata di europei, sono per la quasi totalità giapponesi: per loro, le Hawaii sono una meta tradizionale e abbastanza comoda da raggiungere.
Addirittura, tante società del Sol Levante iscrivono d’ufficio i loro dipendenti alla maratona, organizzando soggiorni e voli charter. Per le famiglie è una vacanza di fine anno, mentre per i lavoratori è un modo di cementare lo spirito di corpo e di dimostrare l’attaccamento alla ditta.
E pensare che noi vediamo già con insofferenza le cene aziendali in cui la difficoltà è solo quella di stare con le gambe sotto al tavolo a riempirci la pancia!
I più contenti a Honolulu sono però i distributori delle grandi griffes italiane e francesi che hanno splendidi negozi sul lungomare, assaltati da giovani giapponesi che fanno man bassa di abiti, scarpe e borse, in una frenetica orgia consumistica.
Ricomincio a correre con ritmo: rallento solo per bere qualcosa ai ristori, ordinatamente disposti ogni miglio.
Nel frattempo, continuo a incrociare sull’altra corsia i corridori dietro di me. E’ una sensazione strana: per un lunghissimo tratto il percorso è parallelo, poiché il giro di boa è dato all’incirca a metà della gara, cosicché si vedono all’inizio i migliori che stanno già affrontando il rush finale e, dopo, i corridori meno veloci che hanno ancora molto da percorrere.
Il bestiario umano tipico della maratona è assai interessante.
Si va dalle coppie che corrono con completi da matrimonio (lei con velo e strascico e lui con elegante tight) alle conigliette di Play boy con orecchie e codino rosa, ai giganteschi marines delle vicine basi militari che marciano con zaino affardellato e desert-boots d’ordinanza.
Siamo a pochi chilometri da Pearl Harbour dove proprio nei giorni della maratona si è commemorato il 65° anniversario dell’attacco giapponese, con gli alberghi affollati dagli ultimi reduci e dai loro familiari.
Come per i loro anziani commilitoni – abbracciati e ossequiati da tutti – anche per gli attuali marines l’entusiasmo è alle stelle; rafforzato dal fatto che, in contemporanea, nel famigerato triangolo sunnita dell’Iraq si sta correndo la maratona riservata ai militari statunitensi in servizio.
Per la cronaca, in Iraq vincerà William Smallwood, uno specialista della 25° Divisione di Fanteria, con il tempo di tutto rispetto di 2.53.23.
Mentre il pubblico applaude i militari, incrocio Maria Gatti di Soncino, una di quelle donne che incarnano lo spirito olimpico dello sport e che corre dappertutto (ha concluso l’anno scorso la mitica 100 km. del Passatore, la massacrante gara sull’Appennino) solo per la gioia di farlo.
A Honolulu è in vacanza con tutta la famiglia che la incita sul percorso.
Mi saluta alla grande con un sorriso meraviglioso e mi grida “Vai che sei grande”.
Lo so che non è vero, ma sono quelle piccole cose che in una maratona, quando il tuo mondo si riduce ai tre imperativi correre-bere-non mollare, sono un balsamo indicibile.

Mi avvicino alla zona delle spiagge e comincio a scorgere gli appassionati del surf che vanno al largo con le tavole per attendere l’arrivo delle lunghe onde del Pacifico che li portano fino al bagnasciuga.
Qui è un vero rito: insieme ai giovani, vedi anche persone attempate che, tavola sotto il braccio, vanno in spiaggia per l’uscita quotidiana, come da noi i pensionati vanno a farsi la briscola al bar.
Per inciso, in concomitanza con la maratona, si sono tenuti nella parte nord dell’isola (noi siamo a sud, nella zona turistica di Waikiki Beach, resa famosa dal telefilm Magnum P.I.) i campionati mondiali di surf, alla presenza delle televisioni di tutto il mondo che hanno parcheggiato i loro vans vicino a quelli della troupe di Lost che sta registrando la nuova serie.
La sagoma della spiaggia lascia spazio alla skyline degli alberghi della modernissima città di Honolulu, molto americana per tanti aspetti e quindi plasticosa e un po’ finta, ma spettacolare nella rappresentazione di una vita di felicità e ricchezza.
Io, intanto, sto arrancando come un cane sulla ennesima salitella che mi sembra non finire mai. E pensare che ero così fiero dei miei allenamenti Fonteno – Bossico – Fonteno con salite a brache, come direbbe il Bepi...
E’ proprio vero quello che sostiene il Giorgio, compagno di tante avventure e mio personal trainer a distanza (mi ha mandato per sms anche la tabella di conversione dei tempi sul miglio): “Quando non ne hai più, non c’è niente da fare”. Ripiego un po’ mestamente i miei sogni di (relativa) gloria e mi accontento di limitare i danni, sfruttando i cambi di pendenza per darmi ritmo e riacquistare un’andatura decorosa.
Vedo passare sull’altro lato della strada il personaggio più singolare della gara: un giapponese che corre abbigliato di tutto punto con il vestito tradizionale dei samurai e addirittura i geta, i tipici zoccoli di legno infradito con le zeppe. Il mondo è bello perché è vario e il mondo della maratona, ancora di più.
Finalmente vedo il Kapiolani Park, il parco pubblico dedicato alla moglie del mitico Re Kalakua (fino al 1896 le Hawaii erano un regno indipendente) in cui è posto l’arrivo.
Il rettilineo finale è interminabile, ma la tradizionale musica hawaiana, suonata a tutto volume dai più celebri gruppi locali, con ukulele a volontà, è ormai come il canto delle Sirene.

Taglio il traguardo con un onesto, ma un po’ deludente, 3.49 e mi fiondo sotto i vaporizzatori a doccia che ti fanno subito sentire in paradiso. Certo che se li mettevano anche sul percorso (magari con qualcosa da mangiare ai ristori, rigorosamente idrici) non è che avrebbero fatto proprio così schifo.
Esco dal parterre e mi mettono al collo la collana di conchiglie che costituisce il trofeo dei finishers. Vedo che il vincitore è l’etiope Ambesse Tolossa con il tempo di 2.13.42, mentre tra le donne ha polverizzato il precedente record del percorso la russa Lyubov Denisova con 2.27.19.
I tempi non sono eccezionali, ma in questa maratona, quella che forse più assomiglia per spirito di festosa e popolare partecipazione alla peraltro inarrivabile Maratona di New York, l’aspetto agonistico è poco rilevante.
Faccio la foto con una simpatica miss hawaiana con pareo e fiore di frangipani tra i lunghi capelli neri, e ritiro la bella maglietta azzurra assegnata ai finishers.
Cammino fino all’hotel (Sheraton Waikiki direttamente sull’oceano, mica noccioline) e mi ristoro perché ho una fame da lupi.
Chiamo al telefono Tiziano che, sacramentando, mi dice che l’ho imbrogliato sui chilometri perché, secondo lui, il percorso è più lungo di come glielo avevo descritto.
Mi metto a ridere e allora chiude la comunicazione, concludendo che deve tenere a mano le forze perché ha deciso di arrivare secondo dei bergamaschi.
Mi do la solita bollitura scaccia- fatica nella vasca e poi, Budweiser light in mano, ritorno sul luogo dell’arrivo per aspettare il nostro eroe.
La parte finale del percorso è una bolgia umana. Arriva di tutto. Anziani con passo ancora elastico, giovani che si trascinano abulici, famigliole con bambini di nove – dieci anni costretti a farsi 42 chilometri al seguito di genitori scriteriati (ma qui è USA: firmi la tua dichiarazione di responsabilità e poi fai tutto, o quasi), ragazze sorridenti che si danno la mano, accompagnandosi tra loro come quando vanno al bagno.
Un’umanità in gran parte esausta, ma con il sorriso del vincitore.
Quando comincio quasi a preoccuparmi, nella folla di giapponesi altezza media 1.50, si apre un varco da cui emerge una familiare sagoma caracollante in una canottiera tricolore tesa all’inverosimile. Sembra la bandiera della torre del Quirinale che sventola tra i bambini in visita la festa del due giugno.
Mi sporgo dalle transenne e sento un: ”Se ciape chel che l’ha ‘nventat la maratona…” che non mi sembrava pronunciato in hawaiano stretto.
Pochi metri verso il traguardo e lo speaker, stanco di salutare per ossequio agli sponsors anonime schiere di signor Mishimawa o di signorine Yoshiama della onorevole società Midori o del team aziendale Yamamoto, o come diavolo si chiamano, esplode in un entusiastico “Now, from Italy, mister Tisiano Pedwetti, the big bear of the Alps!”.
E lui, il grande orso delle Alpi, beato nel suo più assoluto disinteresse per la conoscenza della lingua inglese, graziosamente si concede ignaro all’applauso che un pubblico generoso non ha tributato neanche alle due californiane in quasi-perizoma che erano arrivate poco prima.
Il resto, dovrebbe essere la solita prassi post arrivo: collana di conchiglie, maglietta finisher, ristoro, foto dell’addetto stampa – accompagnatore dell’agenzia di viaggio.

Inciampiamo però nei fotografi ufficiali che propongono le foto con le miss in pareo, che nel frattempo sono diventate due.
Attimo di quasi incertezza: foto con la bionda o con la mora?
Naturalmente, con tutte e due, con tanto di spiegazione antropologica, “Edet mia che iè picinine, me so grant, se no i fa bröta figura”.
Per me, erano entrambe sull’1.70, però la percezione dopo la maratona notoriamente può subire gravi scostamenti dalla realtà e quindi non insisto oltre.
Il recupero è stavolta abbastanza rapido, anche se ci svegliamo solo verso sera quando il sole si sta tuffando nell’oceano.
Il tramonto mi sembra particolarmente suggestivo. Immagino sia la fragilità emozionale dovuta alla stanchezza, ma appena sparisce l’ultimo scampolo di sole, si leva dalle terrazze dell’hotel un lungo applauso, seguito subito dalla musica che un famoso gruppo hawaiano suona al bordo della piscina, accompagnando un nutrito gruppo di graziose ballerine che porgono il saluto ai maratoneti.
A cena, naturalmente, ci festeggiamo, con tanto di prosecco italiano che innaffia la pasta per Tiziano (ci mancherebbe altro!) e cruditès di pesce on ice per me.
Del resto, per i primi due bergamaschi all’arrivo non si poteva pretendere di meno.
Alla fine della cena, Tiziano mi guarda e di sottecchi mi fa “…Pechino?”.
Per il momento, ci bevo sopra e non dico nulla. Però, mai dire mai.
P.S. La leggenda narra che l’inventore della maratona fu Filippide. La leggenda dice anche che i bergamaschi alla Honolulu Marathon 2006 fossero due. Ma, appunto, anche questa è una leggenda.
Alessandro Bigoni